Demansionamento infermieristico: la causa è nella scarsa conoscenza della normativa

Da qualche anno a questa parte sta aumentando sempre più la percezione, da parte dell’infermiere, del demansionamento infermieristico, metodica organizzativa spesso utilizzata per sopperire a carenze strutturali delle aziende ad opera sia del datore di lavoro, ma anche da parte di alcuni dirigenti infermieristici. Alcuni Responsabili Infermieristici, nonché collegi Ipasvi, d’altro canto, invece di cavalcare questa crescente voglia di cambiamento, negano addirittura l’esistenza con delle scuse a volte ridicole. La più carina che abbiamo sentito è quella: “non può esistere il demansionamento per gli infermieri perché non hanno più il mansionario“.

Allora poniamoci alcune domande:

  • cosa si intende per mansione?
  • che cosa significa demansionamento?

Rispondiamo in primis sul termine mansione, perché molti non l’hanno capita o forse, perché utilizzata ad hoc per confondere i nostri colleghi poco informati. Secondo l’enciclopedia Treccani: la mansione è il compito esplicato nell’adempimento di una prestazione di lavoro. Affinché un contratto di lavoro non sia considerato nullo per indeterminatezza dell’oggetto (art. 1346 e 1418, co. 2, c.c.) occorre che le parti pattuiscano le mansioni per le quali il lavoratore è stato assunto (art. 2103 c.c. e art. 96, co. 1, disp. att. c.c.).

Il termine a nostro avviso è molto semplice e specifica chiaramente che tutti i lavoratori hanno una mansione specifica, definita dal contratto altrimenti è nullo, ed ogni violazione, specie l’art. 2103 del C.C. genera contenzioso con il datore di lavoro e quindi risarcibile.

Per demansionamento invece si intende, secondo l’enciclopedia Garzanti: “dequalificazione di un lavoratore consistente nell’affidargli mansioni inferiori a quelle dovute per contratto”.

Per esempio se l’infermiere svolge le mansioni di OSS, essendo una mansione inferiore, è una violazione contrattuale e quindi risarcibile.

L’art. 2103 C.C. recita: “Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione…”.

L’INFERMIERE
Le mansioni dell’infermiere

Il Decreto 14 settembre 1994, n. 739 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 09 gennaio 1995, n. 6 – Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere – che ha eliso la parola “ausiliario” nella definizione di infermiere, all’art. 1, comma 3, paragrafo f) recita: “Il ministro della Sanità dispone che … L’infermiere per l’espletamento delle funzioni si avvale, ove necessario, dell’opera del personale di supportoe non che “si avvale, ove presente o se presente o se l’amministrazione provvede, del personale di supporto”.

La presenza del personale di supporto è, quindi, necessaria nel servizio affinché l’infermiere, “responsabile dell’assistenza generale infermieristica” – (art. 1, co. 1 succitato), pianifichi e gestisca gli interventi assistenziali ed anche igienico-domestico-alberghieri.

Molte caposala didattiche e vari insegnanti delle scuole per infermieri, nonché responsabili infermieristici, hanno confuso la parola “responsabilità” con la parola “competenza”.

Un esempio per capire la differenza: il D.P.R. n. 128 del 1969 individua nella figura del Primario il responsabile di tutta l’assistenza erogata ai degenti. Eppure nessuno oserebbe chiamare il Primario per pulire una padella.

Questo esempio ci permette di capire che alla base dei problemi dell’infermiere c’è la dignità professionale sempre più spesso venduta per pochi soldi. Un sindacato serio che tuteli realmente la dignità di una categoria che lo sostiene, concentra tutte le sue energie dapprima per diffondere la conoscenza giuridica-professionale e poi per tutelare, nei fatti, gli infermieri che si trovano ad affrontare molteplici problemi sul posto di lavoro.

L’INFERMIERE
Cosa si intende per responsabilità dell’assistenza

Responsabilità significa che ogni operatore assistenziale ausiliario (OSS, OTA, ASSS) deve far capo all’infermiere perché solo l’infermiere può gestire, pianificare e programmare l’assistenza. Programmare non significa pulire la padella; pianificare non vuol dire rispondere al campanello per girare la manovella del letto; gestire non significa svuotare un pappagallo.

Significa conoscere le esigenze del paziente ed impartire disposizioni esecutive al personale di supporto, che ci deve essere, perché ogni bisogno sia soddisfatto efficacemente. Il tipo di lavoro (manuale o intellettuale) che è affidato all’infermiere si desume anche dalla normativa sanitaria in materia.

La Legge 01 febbraio 2006, n. 43 – Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie prevede all’art. 1, co. 1: “Sono professioni sanitarie infermieristiche … quelle previste ai sensi della legge 10 agosto 2000, n. 251, e del decreto del Ministro della sanità 29 marzo 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23 maggio 2001, i cui operatori svolgono, in forza di un titolo abilitante rilasciato dallo Stato, attività di prevenzione, assistenza, cura o riabilitazione”.

L’art. 2229 C.C. collega la professione infermieristica al novero delle locatio operarum e non delle locatio operis e quale professione intellettuale, il suo svolgimento non può esaurirsi in una mera esecuzione manuale di operazioni non connotate da elementi scientifici.

Il D.M. 14.09.1994 n. 739 (Regolamento concernente l’individuazione della figura e del profilo professionale dell’infermiere) evidenzia alcuni punti interessanti: “l’infermiere è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale è responsabile dell’assistenza generale infermieristica; L’infermiere partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività; identifica i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formula i relativi obiettivi; pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico; garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche; agisce sia individualmente sia in collaborazione con gli altri operatori sanitari e sociali per l’espletamento delle funzioni e si avvale, ove necessario, dell’opera del personale di supporto”.

Quando l’ospedale non garantisce la pianta organica e obbliga, di fatto, l’infermiere a sopperire alle carenze umane ausiliarie, commette un inadempimento contrattuale ex art. 1218 C.C., esaustivamente risarcibile.

Per non farci mancare nulla, negli ultimi tempi sempre più responsabili infermieristici giustificano il demansionamento utilizzando l’art 49 del Codice Deontologico dell’infermiere il quale cita: “L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale“.

Leggendo attentamente il D.P.R. 14 marzo 1974 n. 225 (abrogato nei primi 5 art.) si evinceva che l’infermiere professionale non doveva espletare compiti meramente manuali.

Difatti la Suprema Corte di Cassazione già nel 1985 (sent. n. 1078, RG n. 9518/80, Cron. 2210 del 09 febbraio 1985) statuì che: “Non compete all’infermiere, ma al personale subalterno, rispondere ai campanelli dell’unità del paziente, usare padelle e pappagalli per l’igiene del malato e riassettare il letto”.

Se già nel 1985 la Suprema Corte di Cassazione aveva stabilito che non compete all’infermiere professionale l’assistenza diretta, ma al personale subalterno, perché a distanza di anni e soprattutto dopo l’abolizione del mansionario, la laurea infermieristica, la specialistica, le competenze avanzate, la dirigenza infermieristica, ecc, l’assistenza di base dovrebbe essere di competenza dell’infermiere, quando non le era neanche con il DPR 225 del 1974???

Nella rivista ufficiale del Collegio IPASVI “L’infermiere” – gennaio-febbraio 1992, a pag. 46, il Prof. Avv. Nicola Ferraro, docente di diritto civile all’Università Federico II di Napoli, ha disaminato la questione della pulizia del malato (rectius cure igieniche) ritenendo che, ai sensi del D.P.R. n. 225/74, essendo state assegnate dette competenze all’infermiere generico, non spettassero all’infermiere professionale soprattutto in virtù degli artt. 99 e 100 T.U. Leggi Sanitarie che definivano l’attività dell’infermiere come “professione” includendola nel novero delle attività intellettuali di cui all’art. 2229 C.C..

Il 16 maggio 1994 con prot. n. 85/UL/94 ad oggetto: Competenza dell’infermiere e dell’OTA, il Collegio IPASVI dichiarava, da parte dell’infermiere professionale, illegittime le seguenti mansioni: preparazione e distribuzione delle colazioni, riassetto del letto, uso di padelle e pappagalli, cure igieniche al malato, svuotamento delle sacche di urina.

Queste mansioni non sono attribuibili all’infermiere professionale, si legge nella lettera, così come prevede anche il Capitolo 1 dell’Accordo di Strasburgo del 25 ottobre 1967, ratificato in Italia con legge 15 novembre 1973 n. 795 (che portò alla successiva redazione del D.P.R. n. 225/74).

Perché allora i responsabili infermieristici e alcuni collegi remano contro quanto stabilito dalla normativa vigente??

Semplice!!! Non si è mai voluto veramente far crescere l’infermiere e sopratutto informarlo dei propri diritti,  perché un infermiere consapevole dei propri mezzi farebbe cadere molte poltrone.

La Federazione Nazionale IPASVI non ha mai preso una posizione univoca sul demansionamento, lasciando i collegi provinciali da soli in questa battaglia, a volte impari, contro tutte le amministrazioni sanitarie.

Ne è un esempio il Collegio Ipasvi di Agrigento [CLICCA] o quello di Caltanissetta [CLICCA]. Addirittura il Collegio IPASVI BAT ha inviato una lettera al P.O. di Andria e per conoscenza alla FN IPASVI [CLICCA] dove evidenzia il demansionamento infermieristico. Il collegio IPASVI di BAT ha anche organizzato degli incontri sul Demansionamento Infermierisitico[CLICCA]. Ma se cerchiamo in rete ci sono anche altri collegi che hanno evidenziato questa problematica come: Belluno, Bari, Brindisi, Ascoli Piceno, Carbonia, Pisa, Prato ed in parte anche Roma visionando i link in fondo alla pagina.

L’Ipasvi di Torino ha inserito nel proprio sito istituzionale il corso Ecm [CLICCA]organizzato dall’AADI sul tema ” Lo sfruttamento demansionale dell’infermiere“, segno che alcuni collegi vogliono informare i loro iscritti della problematica.

Per lavorare con dignità e sapersi difendere, l’infermiere deve conoscere tutta la normativa relativa alla sua figura professionale, ma anche di quelle figure a lui affidate come gli OSS e gli OTA. Invitiamo pertanto gli infermieri a leggere il profilo professionale dell’Operatore Socio Sanitario [CLICCA], nell’attesa di un prossimo articolo a lui dedicato con le relative attività.

Redazione Coinanews

Sapere è potere, tutto il resto e sottomissione.

Fonti e link:

L’evoluzione giuridica dell’infermiere – Prof Mauro Di Fresco Presidente A. Avvocatura Diritto Infermieristico www.aadi.it

http://www.coinanews.it/wp-content/uploads/2017/04/Accordo-Stato-Regioni-22-02-2001.pdf

http://ipasvi.torino.it/_corsi/index.asp?tipologiaCorso=&nECM=276

http://www.ipasvibelluno.it/collegio/programmazione-triennale.html

http://www.ipasvibari.it/newslegale.asp?idnews=24

http://www.ipasvibari.it/news.asp?idnews=160

http://www.ipasviascolipiceno.it/index.php?option=com_content&view=category&id=2&Itemid=453

http://www.ipasvi-carbonia-iglesias.it/page.php?id=5&detail=12

http://www.ipasvipisa.it/articolo/42/corso-di-formazione-la-condizione-della-professione-infermieristica-fra-competenze-e-demansionamento/

http://www.ipasvibat.it/index.php/news/incontri-itineranti-asl-bat-sulla-tematica-demansionamento

http://ipasvipo.it/wp-content/uploads/2015/05/DEMANSIONATI-E-DEMANSIONATORI.pdf

http://www.ipasviteramo.it/component/k2/il-collegio-ipasvi-di-teramo-e-lieta-di-presentare-l-evento-attivita-infermieristiche-organizzazione-del-lavoro-e-demansionamento.html

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=38692

http://www.ipasvicl.com/demansionamento-infermieristico/

http://www.ipasvi.it/chi-siamo/collegi/barletta-andria-trani-104/id-2435-demansionamento-infermieri-e-criticit–nel-p-o-di-andria-comunicato-ipasvi-bat-.htm

http://www.infermieriag.it/2013/demansionamento-infermieri/

http://www.ipasvi.roma.it/archivio_news/news/1102/utilizzo%20improprio%20e%20demansionamento%20degli%20infermieri.pdf

INFERMIERI E DEMANSIONAMENTO

Come fare Ricorso contro il Giudizio del Medico Competente Aziendale

Con il T.U. 81 del 2008 sulla sicurezza sul lavoro si è applicato il riassetto e la riforma delle norme vigenti in materia di salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi di lavoro, mediante il riordino e il coordinamento delle medesime in un unico testo normativo.

Tra le varie novità del Testo Unico c’è anche quella del Ricorso avverso il Giudizio del Medico Competente Aziendale, come specificato nell’art. 41 “Sorveglianza Sanitaria” della L. 81/2008. In poche parole si può fare ricorso contro il giudizio espresso dal Medico Competente, quando è in contrasto allo stato attuale di salute psicofisica.

Il comma 1 del suddetto articolo stabilisce che la sorveglianza sanitaria è effettuata dal medico competente, nei casi previsti dalla normativa e su richiesta del lavoratore. Nel comma 6 viene stabilito che il medico competente, sulla base delle risultanze delle visite mediche, esprime uno dei seguenti giudizi relativi alla mansione specifica:
a) idoneità;
b) idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni;
c) inidoneità temporanea (vanno precisati i limiti temporali di validità);
d) inidoneità permanente.

Qualora il lavoratore o anche il datore di lavoro ritenga che il giudizio del medico competente sia non conforme allo stato di salute del lavoratore, può fare ricorso come descritto dal comma 9: “Avverso i giudizi del medico competente, ivi compresi quelli formulati in fase preassuntiva, è ammesso ricorso, entro trenta giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all’organo di vigilanza territorialmente competente che dispone, dopo eventuali ulteriori accertamenti, la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso“.

Le modalità per richiedere il giudizio di un terzo, cioè l’organo di vigilanza territorialmente competente, sono semplici e non pregiudicano in alcun modo lo status lavorativo, in poche parole il lavoratore non rischia nulla, visto che è un suo diritto.

Per prima cosa si deve scaricare il modulo per la richiesta di Ricorso avverso il giudizio di idoneità espresso dal Medico Competente, attraverso il sito della propria ASL (link in basso). Una volta compilato e stampato, le modalità di inoltro sono 3:

1- Consegna a mano;

2- Raccomandata;

3- Posta Elettronica Certificata PEC.

In allegato vanno aggiunti:

1- Il giudizio del medico competente

2- Documento di identità

La prestazione è gratuita. Il costo di eventuali accertamenti specialistici integrativi necessari per l’espressione del parere è a carico del datore di lavoro.

L’esame del ricorso verrà effettuato dalla Commissione Medica per il ricorso avverso il giudizio del Medico competente previa acquisizione della cartella sanitaria e di rischio completa del DVR e descrizione dettagliata della mansione mediante:

 esame della documentazione sanitaria esibita o richiesta e della documentazione relativa ai rischi lavorativi

 esame clinico del lavoratore

 eventuale richiesta di ulteriori accertamenti specialistici

 eventuale sopralluogo sul luogo di lavoro

Il lavoratore, se lo ritiene opportuno, può essere accompagnato da un medico di fiducia. L’esito della valutazione (conferma, modifica o revoca del giudizio formulato dal Medico Competente) viene trasmesso al Lavoratore interessato, al Datore di lavoro e al Medico competente a mezzo Raccomandata AR dopo essere stati informati della presentazione del ricorso.

Ogni Asl ha un proprio Servizio Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro, con moduli e indirizzo specifico a cui inviare la domanda. Per i residenti di Roma abbiamo inserito i link diretti per scaricare moduli e modalità di inoltro.

 

Link Asl Roma A

http://www.aslrma.com/auslromaa/index.php?option=com_content&view=article&id=371&Itemid=464#ricorsogiudizio

Link Asl Roma B

http://www.aslromab.it/cittadini/dipartimenti/prevenzione/contenuti/doc_spresal/allegato_b.pdf

Link Asl Roma C

http://www.aslrmc.com/download/prev/nota%20ricorso%20avverso.pdf

Link Asl Roma D

http://www.aslromad.it/Servizi.aspx?Organizzazione=0&Tipologia=393

Link Asl Roma E

http://www.asl-rme.it/doc/allegati/ricorso_avverso_1.pdf

Link Asl Roma F

http://www.aslrmf.it/joomla/index.php/dentro-la-asl/informazioni-sui-serivizi/dipartimenti/dipartimento-di-prevenzione/spresal/attivita-sanitarie/256

Link Asl Roma G

http://www.aslromag.info/web/azienda-e-strutture/dipartimenti/dipartimento-di-prevenzione/prevenzione-e-sicurezza-luoghi-di-lavoro

Link Asl Roma H

http://www.aslromah.it/cittadino/modulistica/pdf/2ricorso_giudizio_medico.pdf

 

La redazione CoinaNews

Responsabilità Infermieristica nella carenza di farmaci nella struttura

Le responsabilità dell’infermiere nella gestione e somministrazione dei farmaci è aumentata esponenzialmente negli ultimi vent’anni a seguito dei processi normativi degli anni 90 e 2000, a cui non ha fatto seguito un giusto riconoscimento retributivo.

Il primo provvedimento legislativo si è avuto con il D.M. 739/94 determinazione del profilo professionale dell’infermiere, il quale rappresenta una pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica. Con la legge 42 del 1999 e la successiva 251 del 2000 oltre a essere elisa la parola ausiliaria si è andati a definire l’infermiere come professionista della salute.

Con questi passaggi storici, la posizione di garanzia dell’infermiere nel processo di terapia, ha assunto un’evoluzione importante proporzionata all’accrescimento del bagaglio culturale della professione: dal mero compito di somministrazione del farmaco dietro prescrizione medica (concezione propria della logica mansionistica) l’infermiere diviene il garante della corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche.

In tale percorso la responsabilità infermieristica trova una prima sorgente nelle linee guida professionali: i postulati di correttezza dell’agire sono scolpiti nella regola delle 7G (correttezza di farmaco, dose, paziente, via e ora di somministrazione, registrazione, controllo) e pongono ad esclusivo carico della figura infermieristica la responsabilità in caso di errori durante la conservazione dei farmaci, l’allestimento, la preparazione, la distribuzione, la somministrazione, l’assunzione della terapia e il monitoraggio successivo.

In caso di danno procurato al paziente, dalla responsabilità professionale possono derivare anche quella civile (risarcitoria) e penale. Alle linee guida concorrono i principi del codice deontologico (e nella fattispecie gli articoli 9, 13, 22, 29). Precisi controlli sulla prescrizione devono essere prestati in merito alla completezza e alla condizione (se cioè subordinata al realizzarsi di un evento futuro).

La giurisprudenza (Cass. Sez. IV sent. 1878/200 e 2192/2015) ha sottolineato, in conseguenza ai limiti del principio dell’affidamento, che l’infermiere deve rilevare evidenti inappropriatezze di prescrizione terapeutica, in particolare per macroscopici errori di indicazione del dosaggio, della posologia o prescrizione di molecole cui il paziente è allergico e quindi segnalarle al medico per le adeguate revisioni.

Il panorama di responsabilità dettato dalla Suprema Corte espone l’infermiere ad un delicato ruolo di verifica, che risulta contiguo al compito di traduzione di quanto il medico prescrive. Praticamente l’infermiere è un supervisore del lavoro del medico, se commette un grossolano errore e non viene evidenziato, siamo legalmente responsabili.

Come abbiamo visto le responsabilità sono aumentate in maniera esponenziale, andando oltre ogni logica pessimistica. Ma se dal punto di vista legale e di responsabilità, l’infermiere è al pari del medico come professione intellettuale (art. 2229 C.C.), dal punto di vista retributivo invece siamo rimasti come una figura ausiliaria al pari del personale di supporto.

Un aspetto che non rientra in molti testi o studi effettuati da colleghi o Università è il problema della mancanza di farmaci o la carenza di materiale sanitario nei rispettivi reparti. Questa problematica non permette di espletare al meglio uno dei tanti obblighi dell’infermiere quello di gestione e somministrazione della terapia o altre procedure, come medicazioni avanzate.

La gestione dei farmaci è una componente fondamentale del processo assistenziale e abbraccia tutto il sistema, tutti i processi utilizzati dall’organizzazione per assicurare il corretto trattamento terapico ai pazienti.

La prescrizione della terapia con cui il medico responsabile del paziente stabilisce quale farmaco debba essere somministrato all’assistito, può essere suddiviso in una componente di tipo intellettuale, basata sulla presa di decisione e sulla valutazione dell’appropriatezza (in base a diagnosi, efficacia terapeutica, interazioni farmacologiche, controindicazioni, allergie, ecc.) ed in una componente di tipo esecutivo che include la qualità e la completezza delle informazioni essenziali, quali: nome commerciale o preferibilmente principio attivo, dose, forma farmaceutica, posologia, via e modalità di somministrazione con indicazione temporale, firma del prescrittore ed eventuali note.

La continuità assistenziale della figura infermieristica una delle tante colonne portanti del nostro profilo passa anche dalla somministrazione della terapia, quindi la mancanza di farmaci endovenosi o orali, o il materiale sanitario come deflussori, garze, bende, sondini, compromettono inevitabilmente la continuità terapeutica del paziente.

Non può essere assolutamente un obbligo o responsabilità dell’infermiere, quello di reperire farmaci mancanti in reparto dovuto a carenze organizzative o di stoccaggio, pretendendo di effettuare numerose telefonate nei reparti al fine di reperire il farmaco mancante a meno che non si tratti di un farmaco salva vita, che comunque dovrebbe essere sempre presente in reparto nel carrello delle urgenze.

Quante volte ci siamo accorti che il farmaco non era presente non soltanto in reparto ma anche nella farmacia interna della struttura dove si opera?

Davanti questa problematica di continuità terapeutica sembrerebbe scontato che l’infermiere debba far del tutto per garantire la terapia e quindi iniziare un giro di consultazioni telefoniche per vedere se i reparti adiacenti hanno il farmaco che occorre.

In questi casi l’infermiere ha l’obbligo di avvisare il medico di guardia della mancanza del farmaco da somministrare, al fine di permettere allo stesso di decidere come sostituirlo. Qualora il medico decida che il farmaco è insostituibile, ha l’obbligo di avvisare al Direzione Sanitaria per reperire il farmaco mancante, o in alternativa attivare una eventuale procedura interna.

La mancanza di farmaci o presidi rientra nelle responsabilità proprie del datore di lavoro cosi come descritto dall’art. 1218 del C.C. e come ben descritto dal Tribunale Milano sez. I  04 novembre 2014 n. 13015: “Il rapporto che si instaura tra paziente ed ente ospedaliero ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (dal S.s.n. o da altro ente), insorgono a carico dell’ente, accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità dell’ente nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato. comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto.  

Appare evidente che l’infermiere come professionista intellettuale, deve avere a disposizione tutti i mezzi necessari, farmacologici, strumentali e presidi sanitari, per espletare al meglio e con tempestività le sue funzioni. Non può assolutamente depauperare tempo al telefono per cercare di reperire il farmaco mancante ho mettersi al computer per effettuare una richiesta urgente in farmacia, non riuscendo così a rispettare gli orari della prescrizione determinando una potenziale danno a carico di un paziente.

E’ invece obbligo dell’infermiere riportare in SUT o nella scheda terapia la dicitura farmaco mancante o non disponibile in reparto, se l’iter sopraindicato è stato effettuato correttamente.

Invitiamo pertanto i colleghi che si trovano spesso in questa situazione, di farlo presente al proprio responsabile, magari con una lettera scritta, al fine di evitare che in caso di problematiche non vi si possa dire che non sapevano nulla.

Fonti:

Nurse24

Laleggepertutti

Ipasvi

 

Infermiere trattato da operaio nelle aziende ma denunciato come Professionista in tribunale

Leggendo il titolo di questo post, sono sicuro che qualcuno dirà…”l’Italia è il solito paese in contraddizione”.

Il titolo purtroppo cela una verità tutta italiana, ma che nessuno, o quasi vuole risolvere. E’ di questi giorni una petizione online promossa dalla Associazione Avvocatura di Diritti Infermieristico AADI dove si chiede espressamente ai sindacati di far uscire dal comparto gli infermieri perché trattati come semplici operai nella retribuzione e nella professione, mentre invece viene classificato come Professione Intellettuale (art. 2229 C.C. ) e come tale giudicato nei Tribunali.

Nel sito AADI.IT c’è chiaramento scritto: ” In poche parole nel Comparto vige il vincolo di esclusività cioè se l’infermiere svolge altra attività fuori dall’orario di lavoro, viene licenziato perché il suo padrone esige esclusiva devozione; nella Dirigenza, invece, il professionista può lavorare fuori la struttura datoriale, anzi, se il padrone lo vuole tutto per sé, deve corrispondergli una congrua indennità di esclusività (anche 1.800 euro mensili).

Purtroppo è cosi anche nel nostro contratto di lavoro. Se vogliamo veramente diventare dei Professionisti Infermieri, iscritti ad un Albo Professionale, dobbiamo necessariamente uscire dal comparto, come è ben spiegato nell’articolo (clicca il link in basso) del Prof. Di Fresco.

Buona lettura.

 

PERCHE’ FIRMARE LA PETIZIONE PROMOSSA DALL’A.A.D.I. PER USCIRE DAL COMPARTO

Abuso della Pronta Disponibilità e Reperibilità. Conosciamola meglio

Con il DPR 270 del 1987 il legislatore tra le varie regolamentazioni, ha voluto disciplinare l’istituto di pronta disponibilità (di seguito PD) sia dal punto di vista normativo che retributivo. Nello specifico l’art. 18 è quello che regola la PD.

Vediamo nel dettaglio alcuni commi.

Art. 18 comma 1 “Il servizio di PD è caratterizzato dall’immediata reperibilità del dipendente e dall’obbligo per lo stesso di raggiungere il presidio nel più breve tempo possibile dalla chiamata, secondo intese da definirsi in sede locale“.

Il comma 1 specifica che “il servizio è caratterizzato da immediata reperibilità con obbligo di raggiungere in presidio nel più breve tempo possibile”. In questo comma però non si specificano i tempi di arrivo nel presidio (lasciati ai CCL e ai regolamenti interni aziendali), ma si indica nel più breve tempo possibile, oltre a non indicare con quali mezzi.

Sembra una banalità ma se ci pensiamo bene, non lo è affatto. In PD si è reperibili e quindi a disposizione, ma non con mezzi e strumenti dell’azienda, ma mezzi e strumenti personali. Se si utilizza l’automobile per recarsi sul posto di lavoro, il datore di lavoro non ci garantisce nessun benefit sui mezzi di trasporto, ne tanto meno il parcheggio auto all’interno dell’azienda. Quindi è una nostra scelta utilizzare o meno il proprio mezzo. Allora perché si dovrebbe usarlo quando si è reperibili? Perché non si possono utilizzare i mezzi di trasporto pubblici?

Non esiste nessuna legge o CCL che obblighi l’utilizzo del proprio mezzo di trasporto, ne consegue che in caso di chiamata in reperibilità nessuno vieta di prendere i mezzi di trasporto anche di notte con i tempi di arrivo che non saranno conformi al CCL.

E allora cosa fare?? Per esempio si può scrivere una lettera al responsabile con la quale si specifica che in caso di chiamata il mezzo di trasporto utilizzato sarà quello pubblico e non privato, con l’ovvia incertezza dei tempi di arrivo in servizio.

Altra opzione è quella di chiedere di utilizzare un taxi con il rimborso della corsa. Un’altra soluzione sarebbe quella di un gettone per ogni chiamata in servizio per chi utilizza il mezzo di trasporto privato. Queste opzioni possono essere frutto di contrattazione da definirsi in sede locale.

Stessa cosa per quanto riguarda gli strumenti, ossia il cellulare personale, per essere contattato quando si è reperibili. Anche qui possiamo dibatterci del perché dobbiamo utilizzare il nostro cellulare, perché utilizzare il nostro numero ecc..

Sempre nell’art. 18 vediamo il comma 5 cosa recita: “Nel caso in cui la pronta disponibilità cada in giorno festivo spetta un riposo compensativo senza riduzione del debito orario settimanale“.

Anche in questo caso ci sono state alcune sentenze pro e contro sul definire: “senza riduzione del debito orario“. Ormai dopo la sentenza della Corte di Cassazione n. 15740/11, la giurisprudenza è incline a definire questo errore legislativo del riposo compensativo una non riduzione del debito orario, ne consegue che in caso di richiesta di riposo compensativo per PD passiva si è costretti a recuperare le ore non lavorate.

Il comma 6 sempre dell’art 18 cita: “Il servizio di pronta disponibilità va di norma limitato ai periodi notturni e festivi, ha durata di 12 ore e da’ diritto ad una indennità nella misura di L. 33.600 (aumentata a L. 40.000 con la 384/90) per ogni 12 ore“.

Questo è uno dei commi molti interessanti e pieni di spunti da studiare ed evidenziare. In primis c’è la questione economica che non va sottovalutata, poiché il legislatore ha voluto inserire una cifra al quel tempo importante, ossia 33.600 lire e successivamente aumentata a 40.000 lire, per contrastare un eventuale abuso sull’uso improprio della PD (come purtroppo avviene), da parte delle aziende sanitarie al fine di evitare di assumere personale per coprire i servizi essenziali.

Purtroppo questo uso illecito è in continuo aumento ed è dovuto al semplice fatto che, nel 1990 una indennità di PD erogava 40.000 lire, cifra molto importante a quel tempo, trasformata poi in € 20,00, ovvero una cifra irrisoria, ridicola e offensiva.

Questa cifra, nel tempo, non è mai stata modificata dai CCNL e dai CCL decentrati. In alcune aziende si è arrivati a cifre intorno ai € 25,00, ma pur sempre basse.

Sempre nello stesso comma 6, viene definito il turno massimo di durata della reperibilità, cioè 12 ore, ma anche che la PD va limitata ai soli periodi notturni e festivi. Anche in questo caso il legislatore ha voluto fortemente evidenziare il fatto che la PD va limitata ai soli periodi notturni e festivi al fine di evitare che vi sia un abuso da parte delle aziende sanitarie, per coprire assenze di personale non assunto.

In alcune aziende si è data un’interpretazione del tutto particolare al comma 7, che recita: “Due turni di pronta disponibilità sono prevedibili solo per le giornate festive“. Tutto questo è dovuto al fatto che nei giorni festivi si dovrà coprire non solo il turno notturno, per esempio 20-8 ma anche quello diurno 8-20. Di conseguenza nei giorni feriali il solo turno di PD applicabile sarà solo quello notturno dalle ore 20 alle ore 8. Purtroppo non è sempre cosi. La PD è spesso anche diurna (abuso), per non parlare del sabato il quale, non essendo festivo, non può essere prevista una PD diurna, come invece accade.

Nel comma 6 appena letto c’era scritto “Il servizio di pronta disponibilità ha durata di 12 ore” ne consegue che nei giorni festivi, non possono essere svolti dallo stesso lavoratore più di 12 ore di PD. Molti invece interpretano i turni di PD come turni di lavoro, con la conseguenza che il lavoratore può addirittura svolgere turni di servizio di ben 24 ore, contro ogni logica e legge, visto che l’orario massimo di lavoro è di 13 ore (D.Lgs 66/2003).

Perché questo abuso? Conviene? A chi conviene?

Qui la convenienza potrebbe essere anche del lavoratore che svolgendo 2 o più turni di PD insieme, si ritroverebbe libero in altri giorni o festivi, ma non dal punto di vista della tutela, perché in caso di chiamata in servizio di PD attiva, potrebbe ritrovarsi a lavorare anche 24 ore consecutive con evidenti rischi sia personali, ma sopratutto per  l’utenza.

Per ultimo, ma non meno importante è il comma 11 il quale recita: “Di regola non potranno essere previste per ciascun dipendente più di 6 pronte disponibilità nel mese“. Questo comma è molto importante poiché, senza ombra di dubbio, è il comma più abusato dalle aziende per ovvi motivi.

Ma alcuni responsabili vanno oltre ogni logica e definizione del comma, dichiarando che le sei PD nel mese sono da intendersi solo quelle effettivamente lavorate, con la conseguenza di vedersi inserite non sei PD ma addirittura dieci o quindici PD nel mese.

Domanda: se ho inserite nel turno dieci o quindici PD, se ne lavoro sei le altre non le faccio?

Il comma successivo il numero 12 individua le figure che possono e non possono svolgere la PD.

Leggiamolo insieme: “E’ vietata la pronta disponibilità alle seguenti figure professionali, eccetto coloro che svolgono la loro attività’ nei comparti operatori e nelle strutture di emergenza:

a) tutte le figure del ruolo amministrativo;

b) tutte le figure professionali del ruolo professionale ad eccezione dell’ingegnere;

c) ruolo tecnico: agente tecnico; ausiliario socio-sanitario; ausiliario socio-sanitario specializzato; assistente sociale; analista centro elaborazione dati, statistici, sociologi;

d) ruolo sanitario: capo sala; terapista della riabilitazione; psicologi.

Per concludere: la PD nasce come uno strumento per intervenire nelle situazioni di emergenze sanitarie e con un importante indennizzo economico al fine di evitare abusi nelle aziende sanitarie, ma alla fine viene utilizzato come strumento, a favore delle aziende, per sopperire a carenze organiche nell’aree sanitarie, cosi come definito anche dal noto giurista del diritto sanitario infermieristico Dott. Luca Benci in risposta al Collegio IPASVI [CLICCA]

Fonti: 

DPR 270 del 1987 :

http://www.normattiva.it

Luca Benci: Parere pro veritate sull’istituto della pronta disponibilità:

http://www.ipasvisavona.org/public/modulistica/Parere_pro_veritate_LucaBenci.pdf

Orario di Lavoro e Direttive UE:

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=31347

Riposo obbligatorio dopo reperibilità attiva 

http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=39695